Veduta del sarcofago nell’area di scavo.
(foto R. Macrì, archivio SBAER 2011)
Contenuto del sarcofago nella prima fase del microscavo.
(foto R. Macrì, archivio SBAER 2011)
Lo scheletro (probabilmente femminile) con la fiala in vetro.
(foto R. Macrì, archivio SBAER 2011)
I resti ossei rinvenuti all’interno del sarcofago.
(foto R. Macrì, archivio SBAER 2011)
Archeologi e antropologi al capezzale di Beleius.
(foto R. Macrì, archivio SBAER 2011)
 
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Giovedì 23 giugno 2011
Alle ore 11
Al Museo Civico Archeologico di Bologna
Via dell’Archiginnasio 2
Intervengono:

Filippo Maria Gambari, Soprintendente per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna

Mauro Felicori, Capo Area Cultura del Comune di Bologna

Maria Giovanna Belcastro, Antropologa dell’Università degli Studi di Bologna

Renata Curina, Archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna
Saranno presenti

Eugenio Riccòmini, Presidente dell'Istituzione Musei Civici del Comune di Bologna

Paola Giovetti, Direttore del Museo Civico Archeologico

Ciro Laudonia, Capitano dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Stefano Cremonini, Dipartimento di Scienze della Terra e geologico-Ambientali

Gilmo Vianello, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroambientali

Marco Marchesini, Paleobotanico Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'E-R
Conferme e sorprese dal sarcofago di Marcus Beleius. A meno di due mesi dall’inizio delle indagini, archeologi e antropologi presentano i primi dati emersi dal microscavo del contenuto.
Il manufatto, datato alla tarda età repubblicana, era stato rinvenuto alla periferia nord di Bologna nel febbraio scorso.
La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e il Museo Civico Archeologico di Bologna vi invitano alla conferenza stampa che si terrà
Conferme e sorprese dal sarcofago romano di Marcus Beleius
download:
Microscavo del contenuto del sarcofago.
(R. Curina) Esame antropologico in situ.
(M. G. Belcastro, V. Mariotti Curina) Analisi archeobotanica del terreno di riempimento del sarcofago (M. Marchesini) Nel 2003 l'inizio dei lavori per la costruzione di abitazioni e uffici su un'area di 400 metri quadri, ha portato alla luce numerose fosse comuni contenenti resti scheletrici.
Grazie all'incrocio dei dati archeologici e storici sono stati identificati come i morti di peste nel 1630.
La Soprintendenza per i Beni Archeologici per l’Emilia Romagna, ha dato l'avvio ad una campagna di scavo d'emergenza per riportarti alla luce le numerose fosse comuni contenenti  i resti scheletrici nell'area denominata “Oltretorrente”.
L'epidemia di peste a Parma durò da Aprile 1630 a Luglio 1630 e numerosi furono i decessi causati da questa ondata epidemica.
La malattia ebbe una grande incidenza su tutto il Ducato di Parma, infatti mentre all'inizio del 1630 si censirono circa 30.000 abitanti, alla fine del 1631 se ne censirono 12.667 (Ricci 1998)
L'importanza di questo ritrovamento è l'alto numero di individui, si stimano infatti almeno 3000 individui, che sicuramente sono tutti morti di peste.
In base ai ritrovamenti di ceramiche dell'epoca e ai documenti storici sull'area di “Oltretorrente”, l'area è stato identificato un “grande lazzaretto” utilizzato durante l'epidemia di peste. (Banzola 1980).
Dalla consultazione degli Archivi di Stato del 1630 del Ducato di Parma, emergono numerosi lazzaretti localizzati nell'Oltretorrente: il lazzaretto di San Michele, il Casino degli Acerbi, il lazzaretto di San Prolio, il lazzaretto di Borgo Carra, il lazzaretto di Ponte Attila e il lazzaretto al Capo di Ponte.
La peste bubbonica che decimò la popolazione di Parma e provincia tra il 1630 ed il 1631 è la forma più nota, ed è così chiamata per i caratteristici ”bubboni”, ovvero una linfoadenopatia caratterizzata da stazioni linfonodali ingrossate e infiammate all’inguine, alle ascelle o al collo con persistente cefalea, nausea, vomito, dolore articolare e la generale sensazione di malessere accompagnata da febbre alta. 
I bubboni si gonfiano fino a raggiungere le dimensioni di un uovo, il caratteristico colorito violaceo scuro dei bubboni, che danno alla malattia il nome popolare di “Morte Nera”, è presente nelle ultime ore di vita di tutte le vittime di peste (bubbonica, polmonare e setticemica). 
La malattia è infettiva e contagiosa, sia tra roditori che tra uomini e trasmissibile all’uomo con gli stessi agenti vettori murini (pulci) o direttamente dal morso dello stesso roditore; in particolare la peste bubbonica viene trasmessa dal morso di numerosi agenti vettori normali parassiti dei roditori o in forma minore da pidocchi umani che veicolano l’agente batterico: Yersinia pestis. 
La malattia, un tempo diffusa con periodiche epidemie di grosse proporzioni anche in Europa, attualmente può ancora presentarsi con casi sporadici o piccole epidemie  limitate ad aree depresse del Sud-Est asiatico o del continente Africano (ultima segnalata in Libia nel giugno 2009- Dati W.H.O.-U.N.).
La peste non lascia segni sullo scheletro, ma portava a morte, in era preantibiotica, larghe fasce di popolazione nel giro di pochi mesi.
I resti scheletrici sono stati recuperati e conservati in innumerevoli sacchi divisi per fosse e US (unità stratigrafiche). 
Per recuperare velocemente il materiale non si è provveduto al recupero di singoli scheletri se non per alcuni, piuttosto lungo e difficile in presenza di fosse comuni, ma si è privilegiata la salvaguardia del materiale nella sua globalità.
Sono state scavate in totale 24 fosse comuni.
Attualmente tutto il materiale rinvenuto è depositato presso l'Università di Bologna – Laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia Forense.
Il progetto fortemente voluto dalla Prof.ssa Maria Giovanna Belcastro (Direttore del Museo di Antropologia) che si avvale della collaborazione della Dott.ssa Maria Elena Pedrosi (Antropologa fisica) e della Dott.ssa Elisabetta Venturi (Antropologa forense) si propone di studiare tutti i resti scheletrici umani rinvenuti nelle operazioni di scavo.
L'importanza del ritrovamento è l'alto numero di individui che permette di ricostruire virtualmente parte della popolazione colpita dalla malattia e di fare una dettagliata analisi di NMI (numero minimo di individui) oltre a sesso, età alla morte, rapporto tra adulti e infanti; di paleopatologia (malattie, fratture sofferte in vita che lasciano segni sulle ossa); studio delle malattie dei denti; creazione di un data-base per la raccolta dei dati e delle foto del materiale scheletrico.
Studio pedostratigrafico del sarcofago. (S. Cremonini, G. Vianello) Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emila-Romagna Storia del sarcofago di Marcus Beleius
La Morte Nera a Parma nel 1630